Quando si parla di tagliare le pensioni si dice sempre che questo non è possibile, perché le pensioni sono ormai 'diritti acquisiti', e c'è chi arriva a sostenere che 'le pensioni si basano su un contratto tra il cittadino e lo stato'.
Questo tipo di contratto, pensionistico, deve essere forse una forma speciale del famoso contratto sociale, da come se ne parla; ma sicuramente, si tratta di un contratto molto strano:
Bisogna ricordare innanzitutto che le nostre pensioni si basano sul sistema a ripartizione, il che significa che le pensioni sono pagate dai contributi dei lavoratori (o, qualora questi non siano sufficienti, attraverso la 'fiscalità generale', quindi, sempre attraverso tasse pagate dai contribuenti lavoratori).
Questo contratto pensionistico non è siglato esclusivamente tra lo stato e il futuro pensionato, in questi termini "Mi darai X contributi, io li farò fruttare, e con quel rendimento R, tra N anni, ti darò una pensione che vale Y". Questo sarebbe un contratto di un 'sistema a capitalizzazione'. Ma non esiste alcun tesoretto di questo tipo nelle pensioni italiane.
E' piuttosto un contratto a tre, tra lo stato, il futuro pensionato e il futuro contribuente (che diventerà a sua volta pensionato in un futuro ancora più lontano), e scritto in questi termini: "Mi darai X contributi, io ti computo un rendimento fittizio R, e tra N anni, ti darò una pensione che vale Y...con i soldi che prenderò ai futuri contribuenti".
La cosa strana, in questo tipo di contratto, è che il futuro contribuente non ha avuto nessuna voce in capitolo: non essendo generalmente ancora nato, o non potendo votare, non ha potuto valutare, analizzare, discutere, emendare, approvare, le condizioni a lui sottoposte. Gli sono state semplicemente imposte.
Ma un contratto in cui una parte non ha potuto approvarne le condizioni, non può essere un contratto valido.
Ad esempio, la riforma del '69 che introduceva il metodo retributivo, coinvolgeva nel contratto chi, dopo 30-40 anni, avrebbe pagato quelle pensioni, ovvero l'attuale generazione di lavoratori che, nella maggior parte dei casi, doveva ancora nascere.
Allo stesso modo, la riforma Dini, introduceva il metodo contributivo per chi sarebbe entrato nel mercato del lavoro dopo il 1996, ovvero per coloro i quali, nella maggior parte dei casi, o non era ancora nato, o non aveva ancora iniziato a votare.
Ma come può una democrazia essere veramente tale, se determina degli obblighi per qualcuno che non ha potuto nemmeno prendere parte a quelle decisioni, direttamente o indirettamente?
In teoria, dovrebbe essere lo stato, il legislatore, a rappresentare gli interessi dei contribuenti futuri, garantendo le migliori condizioni anche per loro. Ma è andata veramente così?
Per valutare se lo stato sia veramente riuscito a difendere anche i diritti dei futuri contribuenti basterebbe considerare le diverse condizioni accordare ai pensionati e ai contribuenti.
Prendiamo per semplicità le condizioni accordate a chi è andato in pensione con una pensione puramente retributiva (in pratica, tutti i pensionati andati in pensione fino agli anni più recenti) e quelle accordate alla generazione puramente contributiva (che andrà in pensione col sistema contributivo tra 20 anni e oltre, essendo entrati nel mercato del lavoro dopo il 1996)
[Il confronto sarà solo approssimativo, perché per una trattazione più precisa si dovrebbero considerare casi molto vari e diversi]:
Le aliquote
un retributivo dipendente negli anni '50 versava contributi con aliquote del 9%, poi cresciute al 15% dei primi anni '60, poi 20% degli anni '70, poi 25% degli anni '80 e '90. Le aliquote sono arrivate al 33% (32,7) solo a fine anni '90, con l'introduzione del contributivo.
un contributivo dipendente paga contributi con aliquote del 32,7%, da sempre.
un retributivo autonomo ha pagato aliquote del 10-12%. solo negli anni '90 sono cresciute.
Un contributivo autonomo ha pagato aliquote del 15, poi 20 e ora del 24%.
Un retributivo ha quindi pagato aliquote molto di basse di un contributivo.
Ma per quanto tempo?
La durata contributiva
Un pensionato retributivo poteva ottenere la pensione generalmente dopo 35 anni di contributi, ma sappiamo bene anche di condizioni ben più favorevoli per alcune categorie di lavoro (come i baby pensionati, molte volte con 15 anni scarsi di contributi)
un contributivo, visto il progressivo innalzamento dell'età pensionabile, già arrivato a 67 anni, verserà contributi per 40-45 anni; non è dato, ad oggi, conoscere la vita contributiva effettiva del futuri pensionati, ma certe informazioni, provenienti dall'Inps stesso, prevedono pensionati che potranno andare in pensione anche a 75 anni, e con pensioni molto basse.
Ma con quale pensione?
I tassi di sostituzione
le pensioni retributive erano completamente sganciate dall'ammontare dei contributi versati; il sistema era invece progettato per pagare al pensionato una quota delle ultime retribuzioni; per ogni anno di contribuzione veniva computato un 2% dell' "ultima retribuzione" (calcolata come media su un intervallo più o meno ampio, a seconda della categoria), e per alcune gestioni con percentuali anche più alte. In questo modo con 35 anni di contributi si arrivava al 70% dell'ultima retribuzione, 80% con 40 anni di contributi (tale rapporto è detto tasso di sostituzione). Ma questo, al lordo. Considerato che sulle retribuzioni si pagavano i contributi stessi, mentre sulle pensioni solo le imposte sul reddito, la percentuale al netto (il tasso di sostituzione netto) è molto più elevato (80-90%).
Dai dati pubblicati da diverse fonti, per esempio, la Ragioneria Generale dello Stato, si prevede che i futuri pensionati contributivi, a parità di anni di contributi e età, riceverebbero tassi di sostituzione ben inferiori: 60, 50, in qualche caso 40% (a seconda delle categorie considerate). Soltanto con l'innalzamento dell'età di pensionamento - visto che con il metodo contributivo a maggiori contributi e minor durata pensionistica corrispondono assegni più alti - si potranno ottenere tassi di trasformazione prossimi a quelli del retributivo, ma su una durata pensionistica ben inferiore.
E con quale durata quindi?
La durata pensionistica
La durata media di una pensione retributiva si attesta negli ultimi anni a 23-25 anni (ma vi sono centinaia di migliaia di pensionati che ricevono pensioni dagli anni '80).
In futuro, i contributivi non potranno certo ricevere la pensione con un tempo così lungo, visto che si stima che l'età media di pensionamento sarà prossima ai 70 anni.
Un altro confronto indiretto si può ricavarlo dalle previsioni effettuate sulla spesa pensionistica futura dalla Ragioneria Generale dello Stato: oggi la spesa pensionistica su pil (secondo gli aggregati considerati dalla RGS) è attorno al 15-16%, e in futuro non dovrebbe aumentare di molto. Ma dato che la quota di anziani (over 65) sulla popolazione in età da lavoro (20-64) è destinata a raddoppiare, ciò significa che tale crescita dovrà essere compensata dalla modifica delle condizioni pensionistiche, dalla riduzione ricchezza pensionistica pagata, ovvero da quanto riceverà il pensionato in confronto a quanto ha versato.
Si può quindi dire che tale ricchezza verrà dimezzata rispetto alle condizioni attuali.
E' ben evidente quindi che i retributivi in confronto ai contributivi hanno ottenuti una ricchezza pensionistica ben più generosa, e a fronte di contributi versati molto minori.Il sistema pensionistico italiano è solo una grande rapina.
Non si può certo dire che lo stato abbia ben difeso gli interessi dei futuri pensionati, che non hanno potuto sottoscrivere il contratto pensionistico; anzi, negli ultimi decenni, anche quando l'iniquità del sistema retributivo era diventata del tutto evidente, la politica ha fatto di tutto per difendere questa rapina, con interventi di breve periodo mai risolutivi, spostandone il costo e le conseguenze sempre di più sui prossimi o futuri pensionati.
Se un contratto (o un accordo) vi è stato, tra la generazione retributiva e lo stato (passato e presente) è stato solo per progettare questa rapina, prima, e per difenderla in tutto e per tutto, poi, da qualsiasi attacco, da qualsiasi tentativo per ridurla o cancellarla.
Ma il diritto (vero) non può tutelare contratti o accordi che abbiano finalità criminali, per cui, il contratto pensionistico su cui si basa il nostro sistema pensionistico non può essere considerato in nessun modo valido.
domenica 16 ottobre 2016
sabato 8 ottobre 2016
La rapina pensionistica
Analizzata la composizione della spesa pubblica nell'ultima lettera, abbiamo visto che la voce più 'anomala', in un confronto con gli altri paesi, è costituita dalla spesa pensionistica.
Partiamo quindi da qui, per studiare i comportamenti criminali dello stato; da quella che costituisce, senza dubbio, la peggiore rapina realizzata attraverso lo stato.
Osserviamone prima di tutto l'entità, attraverso i dati Oecd, ma, a differenza di quanto già fatto, questa volta vogliamo considerare la spesa pensionistica in rapporto al Reddito Lordo Nazionale, invece che rispetto al Pil (il motivo è che il Pil, pur costituendo la misura di confronto 'standard' di molti dati macroeconomici, è costruito con alcune componenti, quali il 'prodotto' realizzato dalle amministrazioni pubbliche, che consideriamo fuorvianti; volendo rapportare la spesa pensionistica alle 'risorse' di cui dispone effettivamente il paese, mi sembra più idoneo il reddito nazionale).
I dati Oecd provengono dal database sulla spesa sociale (SOCOX) dei paesi Ocse, e sono riferiti all'anno 2011 (attendiamo l'aggiornamento su dati più recenti); quelli relativi alle 'pensioni' comprendono le tre categorie delle pensioni per vecchiaia (old age), reversibilità/superstiti (survivors) e invalidità (incapacity related); vedremo nel dettaglio queste tre componenti.
Questa la situazione della somma di queste voci:
Su questa misura, la spesa pensionistica (pubblica) italiana per il 2011 sfiorava il 18% (17,9).
Sotto di lei l'Austria con il 16,3%, la Grecia con il 16,1, il Portogallo con il 15,7, la Francia al 15,6. La media dei paesi Oecd si ferma all'11%, la Germania al 12,3.
Il confronto col il reddito nazionale ci permette di comprendere quale quota di questo reddito proviene da trasferimenti pensionistici pubblici, e al tempo stesso, quale quota del reddito realizzato viene prelevato a chi l'ha prodotto, per questo scopo. Il 'trasferimento', come si vede, è enorme.
In numeri, per il 2011, si tratta di 281 miliardi (va subito precisato: le cifre su questi aggregati pubblicate da vari enti tipo Oecd, Istat, Eurostat, etc possono variare per metodologie e voci considerate).
Passiamo alla diverse componenti.
Le pensioni 'old age', ci vedono nuovamente 'primi in classifica', con un 13,4% rispetto al 7,6 della media Oecd.
Situazione abbastanza simile per le pensioni ai superstiti (survivors), 2,6 la percentuale italiana, rispetto al 1% della media Oecd:
1,8 il dato italiano, contro il 2,3 della media Oecd.
Ciò dovrebbe bastare come prima risposta a quanti pensano che l'elevata spesa pensionistica italiana sia dovuta alle numerose pensioni di invalidità. No: l'incredibilmente alta spesa pensionistica italiana è dovuta alle prestazioni previdenziali 'normali'.
Siamo troppo vecchi?
Ma a cosa è dovuta questa elevata spesa? La prima risposta generalmente utilizzata è che 'l'Italia è un paese di vecchi'. La popolazione è invecchiata considerevolmente negli ultimi decenni, senza dubbio, ma questo non è accaduto solo in Italia.
Lo dimostrano bene questi confronti con la Germania, il Giappone, la Spagna..persino la Svizzera, in cui è indicato l' old-age dependency ratio (il rapporto tra la popolazione anziana, + 65 anni, e quella in età lavorativa, 20-64; anche secondo le previsioni demografiche future) da una parte, e la spesa per pensioni (old-age) in rapporto al pil, dall'altra.
E' ovvio quindi che in Italia, a fronte dell'invecchiamento della popolazione (prevedibile e prevista, del resto), non si è saputo, o meglio voluto, contenere la spesa pensionistica.
Facciamo un confronto anche più generale, in questo grafico la spese pensionistica (old-age) è confrontata con l' old-age dependency ratio, per tutti i paesi Oecd:
Ovviamente la spesa pensionistica risulta funzione della 'anzianità' della popolazione, e l'Italia è uno dei paesi con percentuale più alta, ma la spesa pensionistica è comunque ben superiore a quella che dovrebbe essere per questa semplice relazione.
Inoltre, è il caso si fare una ulteriore considerazione: come si può vedere dai grafici precedenti il tasso di anziani sulla popolazione attiva, in Italia è destinato a crescere continuamente, fino al 2050.
Se la spesa pensionistica fosse veramente solo funzione del numero di anziani, vorrebbe dire che tale spesa, già molto elevata sarebbe destinata a crescere, fino a raddoppiare il livello attuale.
Eppure, tutte le stime di previsione (che in futuro vedremo quanto attendibili siano) affermano che la spesa pensionistica su Pil Italia resterà più o meno al livello attuale.
Questo significa solo una cosa, che per il futuro si sono presi quei provvedimenti di riduzione della spesa pensionistica che non si sono voluti prendere per il passato, e che oggi ci portano ad avere la più alta spesa pensionistica mondiale.
A cosa è dovuta quindi l'elevata spesa pensionistica italiana? Alle generose condizioni del sistema retributivo, che ancora paga, oggi, la quasi totalità delle pensioni annuali.
Condizioni generose in termini di assegni pensionistici, e in termini di durata delle pensioni (attraverso le basse età di accesso alla pensione).
Prima di vedere questi due aspetti, è bene sottolineare una cosa, e lo facciamo attraverso quest'altro grafico, tratto da uno degli ultimi report Oecd sulle pensioni:
I casi più eclatanti sono quelli di artigiani (e commercianti) che entrati nel mondo del lavoro nel 1960 e usciti nel 1995, hanno iniziato a ricevere pensioni retributive con un tasso di rendimento reale annuo del 12-12,4 %. Ma anche le altre categorie hanno ottenuto rendimenti comunque generosi, specie in confronto a quelli del sistema contributivo, che, come vedremo meglio, sono parametrati esclusivamente alla crescita di lungo periodo del pil, e quindi dell'economia.
La seconda tabella deriva quasi della prima, e mostra gli anni di pensione che risulterebbero 'coperti' in base agli effettivi contributi versati.
Una piccola percentuale ci guadagnerebbe, perché avrebbe assegni anche superiori a quelli attuali, ma la maggior parte avrebbe tagli consistenti (quasi il 20% subirebbe un taglio di oltre il 50%).
Fermiamoci per ora qui.
C'è molto da dire sulla rapina pensionistica italiana, ma lo faremo con calma in futuro.
Partiamo quindi da qui, per studiare i comportamenti criminali dello stato; da quella che costituisce, senza dubbio, la peggiore rapina realizzata attraverso lo stato.
Osserviamone prima di tutto l'entità, attraverso i dati Oecd, ma, a differenza di quanto già fatto, questa volta vogliamo considerare la spesa pensionistica in rapporto al Reddito Lordo Nazionale, invece che rispetto al Pil (il motivo è che il Pil, pur costituendo la misura di confronto 'standard' di molti dati macroeconomici, è costruito con alcune componenti, quali il 'prodotto' realizzato dalle amministrazioni pubbliche, che consideriamo fuorvianti; volendo rapportare la spesa pensionistica alle 'risorse' di cui dispone effettivamente il paese, mi sembra più idoneo il reddito nazionale).
I dati Oecd provengono dal database sulla spesa sociale (SOCOX) dei paesi Ocse, e sono riferiti all'anno 2011 (attendiamo l'aggiornamento su dati più recenti); quelli relativi alle 'pensioni' comprendono le tre categorie delle pensioni per vecchiaia (old age), reversibilità/superstiti (survivors) e invalidità (incapacity related); vedremo nel dettaglio queste tre componenti.
Questa la situazione della somma di queste voci:
Su questa misura, la spesa pensionistica (pubblica) italiana per il 2011 sfiorava il 18% (17,9).
Sotto di lei l'Austria con il 16,3%, la Grecia con il 16,1, il Portogallo con il 15,7, la Francia al 15,6. La media dei paesi Oecd si ferma all'11%, la Germania al 12,3.
Il confronto col il reddito nazionale ci permette di comprendere quale quota di questo reddito proviene da trasferimenti pensionistici pubblici, e al tempo stesso, quale quota del reddito realizzato viene prelevato a chi l'ha prodotto, per questo scopo. Il 'trasferimento', come si vede, è enorme.
In numeri, per il 2011, si tratta di 281 miliardi (va subito precisato: le cifre su questi aggregati pubblicate da vari enti tipo Oecd, Istat, Eurostat, etc possono variare per metodologie e voci considerate).
Passiamo alla diverse componenti.
Le pensioni 'old age', ci vedono nuovamente 'primi in classifica', con un 13,4% rispetto al 7,6 della media Oecd.
Situazione abbastanza simile per le pensioni ai superstiti (survivors), 2,6 la percentuale italiana, rispetto al 1% della media Oecd:
Situazione diversa per le prestazioni di invalidità:
1,8 il dato italiano, contro il 2,3 della media Oecd.
Ciò dovrebbe bastare come prima risposta a quanti pensano che l'elevata spesa pensionistica italiana sia dovuta alle numerose pensioni di invalidità. No: l'incredibilmente alta spesa pensionistica italiana è dovuta alle prestazioni previdenziali 'normali'.
Siamo troppo vecchi?
Ma a cosa è dovuta questa elevata spesa? La prima risposta generalmente utilizzata è che 'l'Italia è un paese di vecchi'. La popolazione è invecchiata considerevolmente negli ultimi decenni, senza dubbio, ma questo non è accaduto solo in Italia.
Lo dimostrano bene questi confronti con la Germania, il Giappone, la Spagna..persino la Svizzera, in cui è indicato l' old-age dependency ratio (il rapporto tra la popolazione anziana, + 65 anni, e quella in età lavorativa, 20-64; anche secondo le previsioni demografiche future) da una parte, e la spesa per pensioni (old-age) in rapporto al pil, dall'altra.
E' ovvio quindi che in Italia, a fronte dell'invecchiamento della popolazione (prevedibile e prevista, del resto), non si è saputo, o meglio voluto, contenere la spesa pensionistica.
Facciamo un confronto anche più generale, in questo grafico la spese pensionistica (old-age) è confrontata con l' old-age dependency ratio, per tutti i paesi Oecd:
Inoltre, è il caso si fare una ulteriore considerazione: come si può vedere dai grafici precedenti il tasso di anziani sulla popolazione attiva, in Italia è destinato a crescere continuamente, fino al 2050.
Se la spesa pensionistica fosse veramente solo funzione del numero di anziani, vorrebbe dire che tale spesa, già molto elevata sarebbe destinata a crescere, fino a raddoppiare il livello attuale.
Eppure, tutte le stime di previsione (che in futuro vedremo quanto attendibili siano) affermano che la spesa pensionistica su Pil Italia resterà più o meno al livello attuale.
Questo significa solo una cosa, che per il futuro si sono presi quei provvedimenti di riduzione della spesa pensionistica che non si sono voluti prendere per il passato, e che oggi ci portano ad avere la più alta spesa pensionistica mondiale.
A cosa è dovuta quindi l'elevata spesa pensionistica italiana? Alle generose condizioni del sistema retributivo, che ancora paga, oggi, la quasi totalità delle pensioni annuali.
Condizioni generose in termini di assegni pensionistici, e in termini di durata delle pensioni (attraverso le basse età di accesso alla pensione).
Prima di vedere questi due aspetti, è bene sottolineare una cosa, e lo facciamo attraverso quest'altro grafico, tratto da uno degli ultimi report Oecd sulle pensioni:
Niente può rappresentare meglio l'idea di 'welfare' che si è voluto creare in Italia meglio di questa immagine.
La spesa sociale italiana sfiora ormai il 30% del Pil (era al 28,6% al 2014, ultimo dato Oecd), e all'interno di questa, come visto, circa il 18% è costituito da spesa pensionistica.
Di questa spesa sociale solo un 10% va a finire al 20% (quintile) di popolazione più povera, mentre circa il 35% va al quintile più ricco (rispetto al reddito disponibile equivalente).
Tutti i paesi di tradizione 'anglosassone' hanno mantenuto una idea di 'welfare' veramente 'sociale'; bassa spesa sociale, ma che va alle persone veramente bisognose.
In altri paesi, tra cui l'Italia, gran parte della spesa sociale va invece ai più ricchi.
E' un risultato paradossale, ma del tutto ovvio: in Italia per molto tempo si è pensato che fosse compito dello stato garantire la pensione a tutti, anche a chi avesse raggiunto redditi elevatissimi. E con un sistema che mantenesse tale livello di reddito. Una follia.
Questo è il risultato:
Ci confrontiamo nuovamente con la Germania, perché, come visto anche i tedeschi dovrebbero avere problemi di 'invecchiamento della popolazione', eppure hanno saputo mantenere una spesa pensionistica più bassa (che vuol dire un minore sacrificio per i contribuenti).
In Germania le pensioni mensili sopra i 2000 euro sono pochissime, circa l'1% del totale, in Italia arrivano al 23% del totale. Una follia.
Un accenno all'altra condizione che ha determinato la generosità del sistema retributivo: l'età di accesso alla pensione. Accontentiamoci per ora di usare i dati Inps sulle erogazioni pensionistiche alle gestioni 'private', e riguardanti le pensioni per decorrenza (ovvero rispetto l'anno in cui si è iniziato a percepire la pensione).
Su 14 milioni e 300 mila pensioni erogate da queste gestioni, quasi 915 mila, il 6,4%, tra pensioni di vecchiaia, di invalidità e ai superstiti, ha decorrenza anteriore al 31 dicembre 1980, ovvero, sono pagate da almeno 36 anni. Se ci limitiamo alle sole pensioni di 'vecchiaia' (vecchiaia e anzianità) sono comunque 188 mila, moltissime.
Il tema della rapina pensionistica richiederebbe lunghissime analisi, le faremo in futuro sui diversi aspetti; per ora aggiungiamo qualche ultima considerazione riguardo alla generosità del sistema retributivo che ha creato questa situazione.
Queste due tabelle provengono dalle relazioni della Commissione Brambilla, istituita nel 2001 per analizzare la situazione del sistema previdenziale e proporre eventuali modifiche.
La prima mostra i tassi interni di rendimento reali per i sistemi retributivo, misto e contributivo, ovvero i tassi che applicati ai contributi realmente versati porterebbero al totale delle prestazioni erogate.
In Germania le pensioni mensili sopra i 2000 euro sono pochissime, circa l'1% del totale, in Italia arrivano al 23% del totale. Una follia.
Un accenno all'altra condizione che ha determinato la generosità del sistema retributivo: l'età di accesso alla pensione. Accontentiamoci per ora di usare i dati Inps sulle erogazioni pensionistiche alle gestioni 'private', e riguardanti le pensioni per decorrenza (ovvero rispetto l'anno in cui si è iniziato a percepire la pensione).
Su 14 milioni e 300 mila pensioni erogate da queste gestioni, quasi 915 mila, il 6,4%, tra pensioni di vecchiaia, di invalidità e ai superstiti, ha decorrenza anteriore al 31 dicembre 1980, ovvero, sono pagate da almeno 36 anni. Se ci limitiamo alle sole pensioni di 'vecchiaia' (vecchiaia e anzianità) sono comunque 188 mila, moltissime.
Il tema della rapina pensionistica richiederebbe lunghissime analisi, le faremo in futuro sui diversi aspetti; per ora aggiungiamo qualche ultima considerazione riguardo alla generosità del sistema retributivo che ha creato questa situazione.
Queste due tabelle provengono dalle relazioni della Commissione Brambilla, istituita nel 2001 per analizzare la situazione del sistema previdenziale e proporre eventuali modifiche.
La prima mostra i tassi interni di rendimento reali per i sistemi retributivo, misto e contributivo, ovvero i tassi che applicati ai contributi realmente versati porterebbero al totale delle prestazioni erogate.
I casi più eclatanti sono quelli di artigiani (e commercianti) che entrati nel mondo del lavoro nel 1960 e usciti nel 1995, hanno iniziato a ricevere pensioni retributive con un tasso di rendimento reale annuo del 12-12,4 %. Ma anche le altre categorie hanno ottenuto rendimenti comunque generosi, specie in confronto a quelli del sistema contributivo, che, come vedremo meglio, sono parametrati esclusivamente alla crescita di lungo periodo del pil, e quindi dell'economia.
La seconda tabella deriva quasi della prima, e mostra gli anni di pensione che risulterebbero 'coperti' in base agli effettivi contributi versati.
Ancora una volta impressiona il dato degli artigiani, che vedrebbero coperta la propria pensione per soli 3 anni circa, con una differenza tra 20 e 22 anni di vita pensionistica residua (questa tabella permette anche di conoscere le durate medie di vita pensionistica, tra i 20 - 25 anni, almeno per quanto era stato calcolato da questa commissione nel 2001).
Altre informazioni molto utili riguardo la generosità del sistema retributivo ci vengono direttamente dall'Inps, che, negli ultimi periodi, ha effettuato e pubblicato diverse simulazione per valutare di quanto dovrebbero essere ridotte le pensioni retributive se si applicassero anche a loro i criteri del metodo contributivo (con si calcoleranno le pensioni future).
Limitiamoci a riportare questo grafico (toccheremo questo argomento più nel dettaglio in futuro) ch riguarda la gestione Commercianti.
Limitiamoci a riportare questo grafico (toccheremo questo argomento più nel dettaglio in futuro) ch riguarda la gestione Commercianti.
Una piccola percentuale ci guadagnerebbe, perché avrebbe assegni anche superiori a quelli attuali, ma la maggior parte avrebbe tagli consistenti (quasi il 20% subirebbe un taglio di oltre il 50%).
Fermiamoci per ora qui.
C'è molto da dire sulla rapina pensionistica italiana, ma lo faremo con calma in futuro.
martedì 4 ottobre 2016
Uno sguardo alla spesa pubblica
Nella mia precedente 'lettera'... abbiamo dato uno sguardo alla situazione italiana, attraverso una serie di grafici. Li tratteremo in maniera più approfondita in futuro.
Ma ora dobbiamo tornare allo stato. Cosa c'entra lo stato in tutto questo?
In molti modi; ma consideriamo prima di tutto quello più semplice e diretto: la 'ridistribuzione' attraverso la spesa pubblica.
Qual è il livello della spesa pubblica italiana? Ci troviamo nelle prime posizioni mondiali per spesa su Pil e, di conseguenza, per entrate.
Ma prima di tutto, guardiamo a queste anomalie, e cerchiamo di scomporle ulteriormente.
All'interno dei 'servizi pubblici generali', sono due le voci dominanti e squilibrate: la spesa per interessi (e questo nonostante i 'risparmi' ottenuti negli ultimi anni), e la spesa per gli organi legislativi, esecutivi, istituzionali.. in pratica, il ‘costo della politica’.
Ma bisognerebbe anche capire come e perché queste anomalie si sono originate nel tempo.
Non è un gran segreto, ma vediamolo.
Consideriamo l'andamento della spesa pubblica (in % di Pil) rispetto al livello del 1980 (consideriamo questo anno semplicemente perché le serie di dati Istat sui conti completi della PA partono da qui, poi vedremo come estendere le nostre osservazioni più indietro nel tempo), e secondo diverse categorie economiche.
Ciò significa, e lo vedremo nel dettaglio in futuro, che negli anni passati, più precisamente prima del 1992, larga parte della spesa pubblica (primaria) era finanziata a deficit.
Ma ora dobbiamo tornare allo stato. Cosa c'entra lo stato in tutto questo?
In molti modi; ma consideriamo prima di tutto quello più semplice e diretto: la 'ridistribuzione' attraverso la spesa pubblica.
Qual è il livello della spesa pubblica italiana? Ci troviamo nelle prime posizioni mondiali per spesa su Pil e, di conseguenza, per entrate.
Ma come si è arrivati a questo punto? E quali sono le componenti della spesa pubblica che più hanno contribuito a questo risultato? Ovvero, quali sono le maggiori ‘anomalie’ della spesa pubblica italiana?
Proviamo ad utilizzare i dati Oecd della spesa per funzioni (secondo la classificazione Cofog), confrontandoli con quella di altri paesi,
[Nei grafici seguenti, ogni barra rappresenta quanto ogni paese spende in più o in meno rispetto l’Italia ( in % su Pil)]. Di seguito, le diverse funzioni di spesa:
Servizi pubblici generali
Difesa
Ordine pubblico e sicurezza
Affari economici
Protezione dell’ambiente
Abitazioni e assetto del territorio
Sanità
Attività ricreative, culturali e di culto
Istruzione
Spesa sociale
Le funzioni più ‘sbilanciate’ (è facile riconoscerle dai grafici) sono quindi quelle della spesa sociale e dei servizi pubblici generali. Le altre spese sono da considerarsi più ‘normali’, rispetto al panorama internazionale; la spesa per istruzione, addirittura, sembra invece essere tra le più basse al mondo. Come molto bassa è la spesa per la cultura.
Certo, questo non vuol dire che le spese 'normali' siano comunque giuste; bisognerebbe valutarne qualità ed efficienza - e lo faremo - bisognerebbe capire quanto realmente servano, quanto realmente siano utili, o quanto siano piuttosto uno spreco di denaro, per chi paga, e un illecito regalo, per chi percepisce quei pagamenti.Ma prima di tutto, guardiamo a queste anomalie, e cerchiamo di scomporle ulteriormente.
All'interno dei 'servizi pubblici generali', sono due le voci dominanti e squilibrate: la spesa per interessi (e questo nonostante i 'risparmi' ottenuti negli ultimi anni), e la spesa per gli organi legislativi, esecutivi, istituzionali.. in pratica, il ‘costo della politica’.
Riguardo alla spesa sociale, la voce dominante e fortemente anomala è quella relativa alle pensioni. qui siamo veramente campioni del mondo.
Al contrario, la rimanente spesa sociale è molto bassa.
Le ‘anomalie’ della Spesa Pubblica italiana quindi sono principalmente queste tre (nell'ordine): la spesa per pensioni, la spesa per interessi, il costo della politica.
Ma bisognerebbe anche capire come e perché queste anomalie si sono originate nel tempo.
Non è un gran segreto, ma vediamolo.
Consideriamo l'andamento della spesa pubblica (in % di Pil) rispetto al livello del 1980 (consideriamo questo anno semplicemente perché le serie di dati Istat sui conti completi della PA partono da qui, poi vedremo come estendere le nostre osservazioni più indietro nel tempo), e secondo diverse categorie economiche.
Le varie differenze per categorie economiche sono sovrapposte in modo da fornirci la variazione sul totale delle uscite, e per scomporre quindi quest'ultima nelle sue parti principali.
Come si può vedere, ci sono due componenti dominanti: nel primo periodo, fino alla fine degli anni '90, l'aumento della spesa pubblica è dominato dall'esplosione della spesa per interessi, cresciuta fino al + 8 punti percentuali rispetto al livello del 1980. Su tutto il periodo, poi, vi è stato il costante aumento della spesa per prestazioni sociali, che come visto (e come vedremo meglio) riguarda principalmente la spesa pensionistica.
Si noti che la variazione complessiva della spesa è stata di 7,5 pp. Quella delle entrate di 11,6 pp.Ciò significa, e lo vedremo nel dettaglio in futuro, che negli anni passati, più precisamente prima del 1992, larga parte della spesa pubblica (primaria) era finanziata a deficit.
Per ora chiudiamo qui la nostra 'lettera', abbiamo già individuato i problemi principali della spesa pubblica italiana: la spesa pensionistica, il costo del debito, il costo della politica.
lunedì 26 settembre 2016
A che punto è la notte?
Ma prima di passare a questa analisi, è doveroso vedere quale sia la situazione economica del paese, dopo otto anni di 'crisi'. Sono cose note, o almeno dovrebbero esserlo.
Per cui, per molti sarà solo un ripasso, per qualcun altro un approfondimento.
Ma ci servirà, in futuro, per trattare qualche argomento più nello specifico, e soprattutto per valutare quale responsabilità ha avuto lo stato in questa situazione.
Lo faremo con una "carrellata" di grafici, perché credo che possano far 'vedere' alcuni fatti, meglio di qualsiasi parola.
La situazione economica
Il primo grafico è tratto dal blog www.vincitorievinti.com e rappresenta la dinamica del Pil reale dei paesi G7 ed Euro.
L'Italia stava quasi uscendo dalla crisi del 2008 verso il 2011, anche se più lentamente di altri paesi, poi il crollo.
Ma il rallentamento dell'economia italiana non è certo storia degli ultimi anni
Qualcuno paragona questa nostra crisi con quella americana del '29. Ma sebbene quella comportò un crollo della produzione e dei redditi ben superiore, dopo quattro anni l'economia tornò a crescere, e dopo sette anni era già tornata ai livelli pre-crisi. In Italia, invece, dopo otto anni siamo ancora ben lontani da recuperare tutto quello che abbiamo perso.
I redditi
I redditi della famiglie, in termini reali, si sono ridotti dall'inizio della crisi di oltre 100 miliardi.
E con i redditi sono calati i consumi, anche se non in maniera uguale per tutti.
Continuano a crescere i redditi delle fasce più anziane, mentre quelli di tutti gli altri sono vistosamente diminuiti. Specie se valutati in termini reali.
E quelli delle famiglie.
Soprattutto quelli dei giovani (e meno giovani), anche di chi ha ancora un lavoro, sono veramente esigui.
Andamento simile ha seguito la ricchezza, in calo da molti anni per le fasce più giovani, in crescita per quelle più anziane.
Al calo dei redditi e della ricchezza, corrisponde ovviamente la crescita del rischio povertà, anche in questo caso con forti differenze tra popolazione anziana e più giovane.
E con situazioni molto più critiche nel Mezzogiorno
Occupazione
Rispetto al 2008 dobbiamo ancora recuperare 335 mila occupati, con situazioni assai differenti per area geografica...
...per età...
Un andamento questo per età, con aumento dell'occupazione nelle fasce più 'anziane', e diminuzione in quelle più giovani, in corso da molto tempo.
E non solo per questioni 'demografiche' (aumento delle coorti più anziane, e diminuzione di quelle più giovani).
Andamento divergente si è avuto negli ultimi anni anche tra italiani e stranieri.
..e anche tra donne e uomini.
Per quanto riguarda i settori di attività, questa è la situazione:
Popolazione
Intanto la popolazione italiana va scomparendo, integrata (o sostituita) da quella straniera...
ci si sposa sempre meno...
e si fanno sempre meno figli.
Spesa Pubblica
La spesa pubblica è cresciuta, soprattutto per le pensioni.
Pensioni che continuano a crescere, e non solo per l'aumento della popolazione anziana.
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